Ce ne sarebbe da dire a Ufo sulla bicicletta e i romagnoli, ma a poche settimane dall’ennesimo passaggio del Giro dalle nostre parti non potevamo proprio esimerci. E allora, “ravanando” nella nostra letteratura ciclistica andiamo a pescare quattro esempi di un certo peso, a comprovare la sperticata passione per le due ruote non motorizzate che innerva questa terra.
Partiamo dalla rivelatoria voce che alla “Biciclèta” dedica il vocabolario romagnolo classico più vicino a noi: quello di Libero Ercolani, dato alle stampe nel 1960. Si sa che il nostro dialetto è povero di espressioni astratte, dottrinali e intellettuali, ma nelle materie che i nostri vecchi praticavano con passione e impellenza quotidiana la dovizia di dettagli è sorprendente: vale per la botanica, che attiene al campo più generale della coltivazione agricola, e vale anche per la bicicletta. Dall’Ercolani attingiamo infatti una ricca sequela di termini tecnici dedicati alle componenti del mezzo di trasporto preferito dai romagnoli: il telaio / e tlēr, le ruote / al ròd, la forcella che è furzëla quand’è anteriore e furzlèn quand’è posteriore, e poi la sëla, e stèrz, e canòn, la cadéna, la ruota che è scat fès quando è fissa e scat lèbar quando è libera, e pignón, che è la ruota dentata posteriore, e ancora le gomme, suddivise in curàza e càmbradéria. Era prevista anche la casistica della bicicletta malmessa e sgangherata: “un scuncàs ‘d biciclèta”.
Che la bicicletta fosse fin da fine ’800 un simbolo di progresso – un po’ come il treno nella mitologia yankee della conquista del West – ce lo racconta in qualche modo Al Biciclet, sonetto di un anomico faentino che Ermanno Cola pubblicò nel 1988 ma che aveva rinvenuto in una pagina de La Fira d’San Pir del 1894. Il sonetto (che trovate pubblicato in pagina) racconta la bicicletta per quel diabolico ritrovato tecnologico che in effetti all’epoca era, con aggettivi che oggi a fatica spenderesti per un Suv. L’autore, sbalordito dal nuovo mezzo, preconizza alcuni tratti di quella scrittura futurista che in Romagna troverà terreno fertile, e della bicicletta coglie comunque anche il carattere “proletario”, specie in quel finale in cui si suggerisce che, per fare economia, anche i morti andranno al camposanto su due ruote.
Pochi anni prima, nel 1897, Alfredo Oriani aveva messo nero su bianco la sua “professione di fede ciclistica”, a cui risponde con vigore Olindo Guerrini, che nel 1901 avrebbe pubblicato – in italiano – la raccolta di scritti In bicicletta, di squisito argomento cicloturistico (come comprova il suo titolo di capoconsole del Touring Club). Ma il vero capolavoro ciclistico di Guerrini/Stecchetti, uscito postumo nel 1920 nei Sonetti romagnoli, è senz’altro il poema epico-dantesco dialettale E’ viazz, che si apre con i versi “Da Ravenna a ruzzlessom a Milan / sempar in bicicletta, e pu in Piemont / fena a e’ mont Rosa, ch’l’è un vigliach d’un mont / d’un’altezza sparversa sora e’ pian”.
A 58 anni suonati, il poeta intraprende un tour su due ruote con tappe a Ravenna, Bologna, Milano, Aosta, Brescia, Verona, Trieste, Venezia, Ferrara e ritorno a Ravenna. Che poi anziché un’eroica corsa a tappe sia stata una gita del Touring (come si maligna…) poco importa di fronte a una simile lirica pedalata, di ben altra suggestione rispetto alla contemporanea e già logora retorica dello “slow tourism”.
Fu infine decisamente prosaico – per la scoppiettante declinazione musicale e il sottotesto erotico nemmeno troppo velato – Secondo Casadei, al quale va riconosciuto il merito di avere per primo utilizzato il dialetto nella canzone popolare (prima di lui, i romagnoli cantavano in lingua italiana nei contesti sociali, riservando al dialetto giusto le dirindine per far addormentare i bambini nell’intimità domestica).
Sdoganato il vernacolo nelle sue canzunetti, grazie al contributo del paroliere e sassofonista Primo Lucchi, Casadei firma la sua prima pietra miliare con il one-step Un bés in bicicleta, che in quanto a cronaca di costume e metafore “cortesi” non si fa mancar nulla, vedi la seconda strofa: “Però atenti al vultedi par no finì in te fos / Za robi capitedi cun e muros ados / Pruvì pruvì burdeli e po am darei rason / L’è un bes cuv fa avdei al steli, l’è una sudisfazion”. Un motto di vitalità guascona che oggi fa sorridere, ma tutto sommato fa ancora venir voglia di pedalare.




