Il cambiamento climatico sta mettendo sotto pressione il sistema agricolo del ferrarese e dell’intero bacino del Po. Non si tratta soltanto di una diminuzione delle risorse idriche, ma di una crescente irregolarità delle precipitazioni, dell’aumento delle temperature e di una maggiore domanda d’acqua da parte delle colture. Per questo Confcooperative Romagna-Estense chiede un piano straordinario di adattamento climatico e sicurezza idrica, capace di accelerare investimenti e semplificare la realizzazione delle infrastrutture necessarie.
“Temperature più elevate e ondate di calore più frequenti aumentano il fabbisogno irriguo proprio nei momenti in cui l’acqua è meno disponibile – afferma Michele Mangolini, presidente vicario di Confcooperative Romagna-Estense -. Cresce inoltre l’incertezza produttiva: alle difficoltà legate alla siccità si sommano gli effetti del caldo estremo sulle colture, il rischio di fitopatie e la diffusione di nuovi parassiti. Nel ferrarese pesa anche la vulnerabilità del Delta del Po, dove la risalita del cuneo salino torna a rappresentare una minaccia concreta per la qualità delle acque irrigue e per la fertilità dei terreni”.
Per Confcooperative Romagna-Estense è necessario passare rapidamente dalla gestione delle emergenze a una strategia strutturale di adattamento. “Serve un grande piano per la sicurezza idrica e l’adattamento climatico che modernizzi un sistema infrastrutturale progettato per un clima che non esiste più – conclude Mangolini –. Le imprese agroalimentari sono pronte a investire nella realizzazione di invasi e sistemi di accumulo a beneficio dell’agricoltura e delle comunità, ma oggi le procedure autorizzative restano troppo complesse. Occorre riconoscere l’urgenza di questi interventi e renderli concretamente realizzabili. Il tema non riguarda solo i campi e le produzioni agricole: quando manca l’acqua rischia di fermarsi anche l’agroindustria. In passato è già accaduto che alcune aziende abbiano dovuto rallentare o sospendere l’attività perché i pozzi si erano prosciugati nei mesi estivi. Le nostre imprese utilizzano sistemi misti, tra acquedotto e pozzi privati, ma se la risorsa non è disponibile si interrompe la trasformazione dei prodotti e si mettono a rischio posti di lavoro. Per questo parliamo di una vera e propria emergenza economica e occupazionale: oltre alla cassa integrazione causata dal caldo estremo, rischiamo una sorta di “cassa integrazione climatica” legata alla mancanza d’acqua lungo tutta la filiera agroalimentare”.




