Poco più di duecento anni fa, nel 1823, fu costruito nei pressi dell’attuale via Corridoni lo sferisterio di Forlì, allora uno dei più grandi d’Italia: 99 metri di lunghezza per 12 di larghezza. I lati lunghi erano appoggiati addirittura su mura del ’400, mentre i due lati corti erano dotati di panche e scalinate per gli spettatori.
Ma cos’è uno sferisterio? A cosa serviva?
Il nome non si riferisce alla forma dell’edificio, ma all’attività che vi si svolgeva: la palla al bracciale, o pallone col bracciale, uno sport “sferistico” appunto, il più famoso e praticato in Italia dal 1500 al 1900 (si pensi per confronto alla brevissima storia del calcio moderno). Lo sport in sé comporta due squadre, un lungo campo di gioco, lanciatori, trampolini, un punteggio tennistico e una palla ovviamente.
Non c’è spazio per spiegarne il funzionamento qui – è una specie di tennis con la palla colpita col polso anziché con la racchetta – ma è opportuno accennare alle sue origini storiche, che alcuni fanno risalire fino all’antichità classica. Discendente della pallacorda, si affermò in Italia già nel sedicesimo secolo, al quale risalgono le prime descrizioni dettagliate e addirittura un trattato dedicato. Nel diciottesimo secolo, il gioco venne codificato e creò veri e propri professionisti, trovando terreno fertile in Toscana, Piemonte, Lazio ed Emilia-Romagna.
A Forlì, prima dello sferisterio, la palla al bracciale era molto popolare ma si giocava un po’ dappertutto, dove capitava, in particolare in quella che ora chiamiamo Piazza Morgagni. Con lo sferisterio il gioco trovò il luogo perfetto per la sua espressione, tanto da attirare anche spettatori e giocatori da fuori città; tra gli altri Carlo Didimi, considerato il più grande battitore di sempre di palla al bracciale, al quale persino il coetaneo e conterraneo Giacomo Leopardi dedicò una poesia dopo averlo visto giocare. Il campionissimo stabilì il record di lancio della palla proprio nello sferisterio di Forlì, l’anno della sua inaugurazione.
Didimi era talmente forte e pagato (si racconta che nel 1830 abbia richiesto un compenso di 600 scudi, l’equivalente di circa 40.000 euro dei giorni nostri, soltanto per partecipare a una partita) che a un certo punto gli venne vietato di giocare nei campi marchigiani “per manifesta superiorità”. Il campione decise quindi di farsi assumere da una squadra di Forlì sotto falso nome, con uno stipendio più basso ma sicuro. La copertura tuttavia non durò molto, perché venne riconosciuto da uno spettatore che gridò davanti a tutti: “Ma quello è Didimi, il più forte di tutti!”
Da notare come, un secolo dopo, il 20 luglio 1924, Enrico Collina riuscì a battere il record di Didimi sempre a Forlì. Tuttavia, fu uno degli ultimi acuti, tanto del gioco quanto dello sferisterio di Forlì. Negli anni successivi la disciplina perse fama e giocatori, scomparendo rapidamente dalle pratiche e dalle cronache a favore del calcio moderno. Per quanto se ne sia ormai persa la memoria, la storia di Forlì e di questo sport rimasero intrecciate ancora per qualche anno, visto che nel Foro Italico di Roma, inaugurato nel 1932, la statua che rappresenta la città di Forlì ritrae proprio un giocatore di palla al bracciale.
Il grande impianto, rimasto inutilizzato, verrà progressivamente demolito a partire dal 1934, rimpiazzato dagli edifici che ora popolano la città, dalle palazzine gemelle all’imbocco di Corso della Repubblica al parcheggio tra via Corridoni e via di Porta Cotogni, ultimo luogo dove si può ancora vedere parte del muro originario dello sferisterio.




