BOLOGNA.Gettare le basi di un lavoro che unirà la Federsolidarietà dell’Emilia Romagna a quella nazionale nel difficile compito di progettare il futuro della cooperazione sociale, traguardando la crisi che ora imperversa, per superarne i limiti, ma anche per coglierne le connotazioni che portano a quel cambiamento che tutti intuiscono ma che ancora fatichiamo a descrivere compiutamente. Con questo obiettivo la Federazione regionale ha organizzato a Bologna il convegno “Dove sta andando il welfare? Dove va la cooperazione sociale?”
La cooperazione sociale si chiede infatti quale strada bisognerà seguire, ma prima cerca di capire quali sono le direzioni che sta prendendo il Welfare e che cosa sta accadendo nella società.
L’analisi parte dall’assunto che occorre guardare con attenzione e prima di tutto all’ambito di intervento, tenendo però presente che questo non rimane inerte di fronte alle pressioni e alle sollecitazioni degli operatori e dei soggetti che vi operano.
Così il Welfare procede per sentieri propri, seguendo la modificazione dei bisogni e delle reti sociali, accompagnata dalla mutevolezza dei costumi e degli schemi culturali. Ma, proprio perché soggetto non autonomo, ma esposto a tutte le sollecitazioni esterne, è naturalmente influenzato anche dalle azioni degli stessi operatori istituzionali, economici e professionali.
Con queste convinzioni, ma anche con la preoccupazione della complessità che una sintesi di un quadro così articolato comporta, Federsolidarietà Emilia Romagna con il convegno organizzato il 5 dicembre si accinge ad avviare questo lavoro per fornire un contributo al dibattito già iniziato a livello nazionale, con il profilo e l’intensità che ci si può attendere da un territorio con un così grande numero di cooperative sociali e una produzione di servizi così ampia e sviluppata.
Gli ambiti focalizzati dal dibattito, ma ancora prima dai relatori, Giulio Ecchia e Gino Mazzoli, oltre al vicepresidente della Federsolidarietà ER, Luca Dal Pozzo, chiamati a provocare il dibattito e la riflessione, riguardano le conseguenze strutturali della crisi moderna, non solo in termini economici e, quindi, di sostenibilità del welfare, ma anche in termini sociali. Vale a dire sulla tenuta o la ricostituzione delle reti sociali e relazionali, l’affacciarsi di nuovi poveri, non più provenienti da classi sociali di basso o bassissimo livello, ma dalla classe media, assorbita verso il basso dalla diminuzione di risorse e in grande difficoltà o, addirittura, nell’impossibilità ad affrontare una situazione completamente sconosciuta, la caduta della cultura delle responsabilità, messa in ginocchio dalle prerogative “bulimiche” dei diritti individuali, una situazione che ha portato a confondere i desideri con i diritti e le aspettative con i bisogni. E ancora il dibattito riguarda l’insorgere di nuovi miti (quello del servizio pubblico totalizzante come quello dell’alta professionalizzazione e della burocratizzazione della fase di erogazione del servizio) quali vere e a volte uniche garanzie della qualità, mentre sono soprattutto il segno dell’incapacità degli attori pubblici di verificare i risultati, senza appesantire il sistema di regole e prescrizioni. Questi miti hanno messo in ombra la solidarietà e quasi completamente cancellato le reti di auto-aiuto, isolando gli individui con le loro vicende personali.
A peggiorare una situazione già precaria ci si mette anche la mancanza di una idea chiara e di una programmazione certa, che dica quali sono i soggetti professionali ed economici che devono e possono intervenire nei servizi di assistenza e cura. Fissandone caratteristiche dell’intervento, obiettivi e modalità operative.
Per affrontare questi problemi che, se correttamente interpretati e gestiti, possono anche diventare opportunità di sviluppo, la cooperazione sociale guarda ora a diversi ambiti di lavoro che andranno maggiormente approfonditi.
A tale proposito, i relatori che hanno partecipato al convegno e lo stesso dibattito hanno evidenziato la necessità di prestare sempre maggiore attenzione all’Europa quale fonte per attingere senz’altro a nuove risorse, sia economiche che operative e progettuali, e per affermare la proposta di un soggetto sociale ed economico che non si preoccupa “solo” di creare ricchezza ed occupazione, ma anche di produrre valore sociale e benessere per la comunità locale in cui si trova; rivalutare in termini distintivi, competitivi e comunicativi la propria identità e le radici culturali, oltre al modello, rivedendolo laddove e se necessario; dare impulso ai processi di coproduzione e autoproduzione di beni e servizi; definire o spingere l’amministrazione pubblica a definire una nuova interpretazione di qualità e su questa novità basare la propria strategia, fatta anche di nuovi strumenti di raccolta e cura delle fonti di finanziamento; sviluppare un’offerta autonoma di servizi tesa all’implementazione di mercati privati “protetti” o garantiti.
Questi e molti altri temi sono stati al centro del Convegno, con il rinvio ad un immediato approfondimento delle numerose e complesse tematiche che attendono la cooperazione sociale se vorrà giocare per ancora molto tempo il ruolo che l’ha contraddistinta in Emilia Romagna e nel nostro paese in questi ultimi trent’anni.
Innovazione e futuro della cooperazione sociale
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Innovazione e futuro della cooperazione sociale
I temi al centro di un convegno organizzato da Federsolidarietà Emilia Romagna




