L’ultima dbuda – come titola il suo racconto più famoso, vivida istantanea di una nottataccia consumata in un’osteria romagnola d’altri tempi – Ubaldo Galli se l’è fatta ormai trent’anni fa, dato che il leggendario raccontastorie di Castel Bolognese ha lasciato la Romagna solatìa – rimanendo però ben impresso in quella dei ricordi di chi ormai ha una certa età – precisamente il 2 settembre del 1996.
Colui che così spesso è stato apostrofato come “L’ultimo fulêster” – con un pizzico di ingratitudine nei confronti di quei pochi che nel frettoloso mondo di oggi praticano l’inattuale e preziosissima arte del raccontare le cose di una volta nella lingua di una volta – merita un ricordo soprattutto perché la damnatio memoriae che scontano gli artisti di “pura performatività” è particolarmente ingiusta. E almeno un po’ nel caso del Galli la lacuna di non averlo visto declamare versi e affabulare con l’arte puramente live del racconto si può colmare grazie a una produzione poetica, favolistica e letteraria che troppo spesso è stata messa in secondo piano rispetto alle sue capacità recitative e alla sua voce stentorea, che in tanti ricordano al servizio dei versi di Olindo Guerrini, in primis, ma anche di Tonino Guerra e dell’amato Francesco Serantini, e poi Pascoli, Serra, Beltramelli e tanti altri.
Ubaldo Galli, nato nel 1905 a Castel Bolognese, è stato un affidabile testimone della lunga fase di passaggio da una Romagna ancora contadina e intrisa di miti risorgimentali (garibaldini e briganti ricorrono spesso nel suo repertorio) a una Romagna più moderna e consapevole del valore della propria poesia. Per buona parte del Secolo Breve, la poesia dialettale fu ritenuta materia volgare e tutt’al più provinciale, mentre Galli la recitava con orgoglio e piglio teatrale ovunque lo chiamassero.
Glielo riconosce, ad esempio, Mario Lapucci, che nell’87 gli pubblicò per le edizioni del Girasole la raccolta di racconti L’ultimo fulêster, a tutt’oggi il più reperibile tra i volumi dedicati al cantastorie castellano. Volumi che poi, nella sostanza, sono due in tutto e lo sguardo sulla sua produzione si completa con la pubblicazione – encomiabile ma abbastanza irreperibile a meno che non la consultiate alla biblioteca Dal Pane di Castel Bolognese – che il Lions Club Valle Senio gli dedicò nel 1997. Ubaldo Galli, il cantore della Romagna mette in fila racconti, poesie e fôle, trascritte e conservate amorevolmente da Gaetano Marzocchi. Galli fu infatti uomo modesto, raramente recitava in pubblico le proprie poesie, preferendo dedicarsi ai versi dei suoi padri poetici e alla fiabe tradizionali che aveva imparato dal suo maestro Lifonsi, figura avvolta nella leggenda che insegnò a Galli anche l’arte d’arrangiarsi, vedi quando sceglieva di raccontare in osteria la torrenziale Favola delle tre melarance per poter cenare gratis tre sere di fila, tanto era lunga la fôla!
I racconti scritti da Galli di suo pugno inquadrano un mondo scomparso da tempo – quello delle osterie, della miseria e di festività di cui s’è persa memoria – e lo fanno con l’unica lingua adatta allo scopo: il dialetto romagnolo, che trionfa in racconti come la mitologica Dbuda con il mediatore vinicolo Palett, L’Arabandlêda con la sua tumultuosa festa da ballo, la descrizione dell’ozio da osteria che fa da sfondo a I Contrabandì, il garibaldino Nastasio che voleva far l’attore in I Cumigênt, le cronache storiche de La rivoluziôn dal dònn ma anche il forbito lessico botanico di E’ Pignatên.
Si deve a Ubaldo Galli anche l’ideazione, nel 1967, del concorso di poesia dialettale La Pignataza, nato in seno alla Pro Loco di Castel Bolognese e condiviso in particolare con Oddo Diversi e Fausto Ferlini, disegnatore che spesso accompagnava gli scritti di Galli. Per capire quanto il concorso venisse preso sul serio, basti dire che all’inizio la giuria fu presieduta da Aldo Spallicci.
Ubaldo Galli non si definiva poeta, talvolta “gli scappava” di partorire qualche verso. E a quanto racconta chi l’ha conosciuto, si sentì sempre tra quei romagnoli che, come diceva Serantini, “Pensavano in dialetto e scrivevano in italiano, togliendosi per giunta lo sfizio del bello scrivere”.
S’a putrò…
S’a putrò…
S’a putrò impidì a un cor d’s-ciantéss
an srò stê a e’ mond par gnit.
S’a putrò sulivé e’ dulor d’una vita
o a pasè un turment
o aiutê un uslin ch’e’ môr
a turnê a e su nid,
an srò ste a e’ mond par gnit.




