L’economia sociale è un sistema che in Italia unisce cooperazione, Terzo Settore, sport ed enti religiosi, un modello capace di creare valore economico mettendo al centro la persona e le comunità. All’indomani della pubblicazione del Piano nazionale dell’Economia Sociale e a poco più di un mese dal primo Festival dell’Economia Sociale di Forlì (12-14 novembre 2026), ne analizza prospettive e contenuti l’avvocato Gabriele Sepio, tra i principali artefici del provvedimento e a capo del comitato scientifico del festival forlivese.
Quale sarà il fulcro del Festival dell’Economia Sociale e perché è stata scelta la Romagna?
“Il Festival metterà insieme il vasto ecosistema dell’economia sociale italiana, rappresenta un momento di incontro e riflessione che segue la pubblicazione del Piano nazionale dell’Economia Sociale varato a luglio 2026 dal Governo. Ciò che vogliamo fare è accompagnare un processo di scambio, confronto e analisi sugli obiettivi del Piano, che prevede misure per valorizzare e promuovere l’economia sociale in Italia. La Romagna è il punto di partenza di questo viaggio: una terra che storicamente genera economia sociale. Sarà un evento all’interno della città e la città stessa sarà parte del Festival, in una sorta di contaminazione aperta”.
In che modo il Piano nazionale genererà valore?
“Passando ‘dalla complessità al sistema’. Il riferimento è alle teorie di Edgar Morin, filosofo scomparso quest’anno, definito il filosofo della complessità. Raccontava che da quando abbiamo iniziato a distinguere il sapere in tante categorie abbiamo perso la visione della complessità dell’uomo. Per comprendere dobbiamo quindi mettere insieme contesti differenti e guardare al sistema”.
Cos’è l’economia sociale in Italia e qual è l’obiettivo del Piano?
“L’economia sociale non è una parte residuale né diversa dell’economia ma è, a tutti gli effetti, economia. Ha regole diverse, ma vive in un contesto economico. Il valore dell’economia sociale è spesso latente e non si misura con le regole standard ma si esprime attraverso la mutualità e la reciprocità. Come dice l’Unione Europea gli enti dell’economia sociale si fondano sul primato della persona e sui suoi bisogni; sul carattere non lucrativo; sullo svolgimento di attività di interesse generale e collettivo; sulla spinta mutualistica e la governance partecipata. In Italia questo perimetro si sviluppa su quattro grandi pilastri: cooperazione, Terzo Settore, sport ed enti religiosi, cooperazione sociale e fondazioni di origine bancaria. Categorie spesso concepite e considerate come modelli autonomi. Il Piano nasce per riconoscere questi organismi e la loro complessità e, allo stesso tempo, per fare di questa complessità un sistema, sviluppando gli strumenti che servono a valorizzare questi modelli che non rispondono alle consuete logiche del mercato”.
Cosa cambierà con il Piano?
“Il Piano si propone di superare alcuni steccati, a partire dall’accesso alle risorse, perché ancora oggi gli enti non profit scontano uno svantaggio nell’accesso al credito a causa di vecchi retaggi. È fondamentale rivedere le norme, ci sono tante regole da riscrivere. Pensiamo al procurement pubblico: il sistema della Pubblica amministrazione non può continuare a basarsi sulle regole del massimo ribasso. Occorre superare gli aspetti che penalizzano l’economia sociale e stabilizzarne il sistema. La sottosegretaria Lucia Albano ha coordinato le attività e fatto un grande lavoro. C’è la prospettiva di costituire un primo ufficio dedicato all’economia sociale presso il Ministero dell’Economia: un passaggio importante affinché l’economia sociale occupi un posto stabile nel nostro sistema, a partire dalla prossima Legge di Bilancio”.
In Emilia-Romagna l’economia sociale è entrata nel nuovo Patto regionale per il lavoro e il clima. È un atto funzionale all’attuazione del Piano nazionale?
“È auspicabile che le singole regioni possano abbracciare l’economia sociale e creare esse stesse misure adeguate alle peculiarità dei singoli territori. Con il Piano nazionale abbiamo contribuito ad alimentare il dibattito pubblico; ciò che è fondamentale è che le regioni coordinino le proprie attività con il Piano”.
L’economia sociale dà lavoro a oltre 1,5 milioni di persone in Italia e conta 4 milioni di volontari…
“Il volontariato è una gamba importante dell’economia sociale: attraverso i 4 milioni di volontari il tema dell’economia sociale dialoga con i cittadini, le imprese e le istituzioni. L’Italia, con la Riforma del Terzo Settore, ha svolto un ruolo di apripista in Europa valorizzando il ruolo del volontario e attribuendogli valore economico”.
Qual è la prima misura urgente di cui hanno bisogno le imprese che fanno economia sociale?
“C’è bisogno di riconoscimento e di stabilizzare le misure affinché non diventino estemporanee. Vogliamo misure di sistema a partire dalle risorse: disponibilità, accesso al credito e una fiscalità che guardi alle peculiarità di questo sistema. Non eccezioni o deroghe, ma regole diverse. Lo stesso vale per i rapporti con la Pubblica amministrazione: le istituzioni devono riconoscere l’economia sociale al proprio interno. Il Piano getta le radici per costruire un Paese dove l’economia sociale diventa protagonista”.




