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venerdì 16 Ottobre, 2026

Vino, Caviro propone un consumo più democratico

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Vino, Caviro propone un consumo più democratico

Carlo Dalmonte, presidente gruppo Caviro: “Le cantine sociali sono in prima linea nella difesa del vino popolare e rappresentano oltre il 60% della produzione italiana”

Il mondo del vino sta attraversando una fase complessa. Per anni il vino italiano ha raggiunto i mercati di tutto il mondo, trainato da una domanda in costante crescita; persino il progressivo calo dei consumi in paesi tradizionali, come Francia o Italia, è stato compensato dal fiorire di altri mercati. “Oggi invece i consumi globali sono in calo – evidenzia Carlo Dalmonte, presidente di Caviro -. È un passaggio epocale e fonte di preoccupazione per tutta la filiera. Per l’Italia parliamo di un settore che vale circa 14 miliardi di euro solo in termini di economia diretta”.


Presidente, quali sono le cause di questa crisi?

“Sono molteplici. Innanzitutto ci sono ragioni geopolitiche, legate alle guerre in corso e ai dazi sul più importante mercato al mondo, quello statunitense. Poi il cambiamento climatico, che incide sia sulla produzione che sulle abitudini di consumo. Inoltre le giovani generazioni sembrano meno interessate al vino e più attratte da altri generi di bevande. In Italia bisogna considerare anche un calo del potere d’acquisto. Infine, ritengo cruciale un problema legato alla comunicazione”.


Cosa intende con “problema di comunicazione”?

“Il mondo del vino usa spesso un linguaggio troppo complicato, elitario, che rischia di essere escludente per la maggioranza dei consumatori. Credo che il vino debba tornare a essere un piacere accessibile a tutti, e non riservato a chi se ne intende o dispone di un’elevata capacità di spesa. Vogliamo difendere l’idea di un ‘vino popolare’, il piacere di bere un bicchiere nella maniera più conviviale possibile. È quella che l’enologo Cotarella ha definito ‘democratizzazione del vino’, un’idea che ci accompagna da millenni sulle tavole mediterranee. Chiaramente sapendo che il vino è un prodotto a base alcolica e va consumato consapevolmente e con moderazione”.


Come si rende più democratico il vino?

“Il principale strumento sono le cantine sociali, un patrimonio del territorio. Con le loro regole cooperative, la mutualità e l’azionariato diffuso, sono in prima linea nella difesa del vino ‘di tutti i giorni’. Rappresentano oltre il 60% del prodotto italiano e una quota ancora maggiore in Romagna. Qui il mondo cooperativo ha una leadership affermata: non per caso, ma perché ha dimostrato di saper stare bene sul mercato. Infatti la Romagna ha una grande vocazione vitivinicola, in particolare per il vino da tavola che rappresenta un pilastro del Made in Italy, come dimostra la storia di Tavernello”.


Quali provvedimenti aiuterebbero a superare questa fase complessa?

“A livello nazionale, e non solo, è in atto un intenso confronto in merito. A mio parere servono interventi mirati nelle situazioni di maggior necessità, e non misure generiche che rischierebbero di mancare l’obiettivo, portando scarsi benefici a chi ne ha bisogno e, anzi, rischiando di penalizzare chi riesce a stare sul mercato. In Romagna abbiamo una filiera virtuosa del vino bianco da tavola a base di Trebbiano: ne sono riconosciuti il posizionamento, la credibilità e la qualità, a vantaggio della filiera e di tutto il territorio di pianura. Dobbiamo difendere questo sistema in tutti i suoi attori, a partire dai viticoltori che hanno investito in innovazione e tecnologia per rimanere competitivi. Sono altri i comparti su cui intervenire, per esempio i vitigni di collina, che sono in grande sofferenza. Su questo punto stiamo lavorando a un progetto ad hoc per il Sangiovese, nel quale intendiamo coinvolgere anche la Regione, che si è dimostrata sensibile all’argomento”.


C’è anche un problema di sovradimensionamento dell’offerta?

“Sì, ci sono troppi vini di gamma medio-alta, spesso rossi, con centinaia di denominazioni che accrescono anche i costi del sistema. È lì che bisogna intervenire. Senza lotte interne, che finirebbero soltanto per contrapporre i grandi ai piccoli, i distributori ai ristoratori, le cooperative ai privati. È interesse di tutti mantenere vivo il settore e rivedere la distribuzione del valore lungo la filiera. Ognuno dovrà fare la propria parte e affrontare una quota di sacrificio. Non è facile, ma gli anni che abbiamo davanti lo richiedono. E saranno anni, per l’appunto, temo non si tratti di una fase passeggera”.


Come vi ponete in questa prospettiva?

“Siamo consapevoli delle nostre responsabilità e delle nostre capacità. Non nascondiamo le difficoltà né gli aspetti da migliorare, che sono molti, ma siamo fiduciosi”.

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