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venerdì 17 Aprile, 2026

Maridês una vôlta pazénzia, ma dò, l’è da matt!

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Maridês una vôlta pazénzia, ma dò, l’è da matt!

Nella Romagna dell’800 ci si sposava più per pragmatismo che per passione travolgente

“A vliv un pô d’röba matrimuniêla?”, bisbigliato dalla moglie al marito sotto le coperte, in un fugace sprazzo di intimità di coppia, è probabilmente l’invito ‘cortese’ che vibra del minor tasso di romanticismo che si possa immaginare. Eppure è grossomodo questo ciò che “si concedevano” i contadini romagnoli di una volta, nelle pieghe fortuite di una quotidianità votata alla fatica. E che tra le poche consacrazioni possibili prevedeva quella dell’amore, rigorosamente inteso in chiave matrimoniale. Proprio quello che dopo la vittoria sanremese di Sal Da Vinci, con la canzone Per sempre sì, è stato al centro di una quantità di polemiche tali da rendere paradossalmente attuale il dibattito attorno a una pratica assodata – molti direbbero proprio ‘superata’ – come il matrimonio.

Infatti, oltre all’anti-meridionalismo esibito, la canzone di Sal Da Vinci ha intercettato critiche per come inciterebbe alla possessività tossica. Ad ogni modo, l’appiglio è ghiotto per confrontare romanticismo e matrimonio per come sono nel 2026 e per com’erano nella Romagna contadina e abbondantemente patriarcale di duecento anni fa, nella quale ci si sposava secondo riti codificati, ma quasi mai per la passione travolgente…

La fonte più attendibile per queste materie è il miliare saggio Usi e pregiudizj dei contadini della Romagna di Michele Placucci, pubblicato nel 1818.

Il capitolo dedicato a «De matrimoni» parte dal corteggiamento, che il contadino deve intraprendere “a quella età, in cui, sviluppato il sentimento, conosce l’uopo di unirsi a una compagna, che s’incarichi dell’azienda domestica”. Come si nota, fin dalle prime righe il pragmatismo dei romagnoli d’antan stride con le conquiste dell’emancipazione femminile, ma cotante retrograde considerazioni lasciano subito il posto al periodo nel quale, secondo Placucci, i morosi dovevano restare “occulti”. Fase tribolata, anzichenò, come del resto è ancora oggi, ad esempio nel momento in cui una coppia deve stabilire se sia il caso o meno di postare foto insieme sui social.

Una grossa differenza sta, invece, nella potestà quasi asfissiante che le madri esercitavano nell’800, arrivando praticamente a scegliere i pretendenti: “Se in una festa il primo supposto amante paga da bevere od altri regali – spiega Placucci -, la morosa deve riceverli, ancorché non sia invitato il secondo corrisposto, non avendo in ciò colpa la giovine, ma la madre, che così vuole”.

Superata la fase “occulta” con argomenti sempre concreti (“persuasi li genitori della convenienza e utilità di tale maritaggio”; anche questa una casistica non proprio estinta…), era costume che in Romagna “li giovani contadini, prima di ammogliarsi, amoreggino li tre, quattro, cinque o sei anni”. Guai però a mollare il fidanzato, giacché in questi casi “nascono disordini e risse sanguinose, venendo minacciate le femmine fino di morte”, che è precisamente quello che oggi si cerca di scongiurare!

A metà tra diritto e dovere, per il moroso, c’era poi quello di “andare a ritrovare l’amante il martedì, giovedì e sabato della settimana, e non in altre giornate”. Meno che mai nelle feste comandate, durante le quali “li contadini vivono in grande ritiratezza”, anziché postare foto dai resort su Instagram.

Insomma, “Maridês una vôlta pazénzia, ma dò, l’è da matt!” avvertiva già allora Antonio Morri, riportando un detto nel suo vocabolario dialettale. Eppure ci si sposava eccome, grazie alle facilitazioni provviste da una figura che Morri chiama “sinsél da matrimoni” (“colui che s’impaccia di far matrimoni”) e Placucci definisce “bracco”: un incrocio fra un testimone di nozze, un impiegato dello Stato civile e un wedding planner ante-litteram. Era lui, dopo il consenso dei genitori, a proclamare le nozze con la formula: “E Signor u ja fatt, e me a io accumpagnee, e avdirintarì parent”. Nessuno degli sposi, quindi, era costretto a pronunciare un enfatico e fumettistico “Per sempre sì”.

Tutto sommato moderni, questi romagnoli dell’800…

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