Difficile dire quanti romagnoli, al giorno d’oggi, abbiano ancora una stalla nel cortile – e per giunta una stalla ‘abitata’, da cavalli, maiali, polli o altri animali -, però noi mettiamo le mani avanti e vi avvertiamo: nella notte dell’Epifania e in quella del 17 gennaio – giornata consacrata a Sant’Antonio Abate “del porcello” – è meglio tenersi lontani da tutti i luoghi in cui gli animali possono fare combriccola. E anche se vi fate bastare un gatto che ronfa sotto il divano, beh, fareste bene a riempire generosamente la sua ciotola. Questo perché proprio in quelle due notti gli animali romagnoli hanno l’abitudine di ritrovarsi a confabulare tra loro, in una lingua che anche gli umani possono intendere. E nel mezzo delle chiacchiere, i nostri amici a quattro zampe potrebbero anche predire le vostra morte! E azzeccarci…
Almeno così dice la tradizione, che in pagine per così dire ‘trasversali’ attinte da vocabolari, raccolte di usanze e saggi antropologici riporta spesso e volentieri questa bizzarra quanto inquietante credenza. Tra i primi a raccontare l’aneddoto del fattore – che per verificare la diceria sugli animali parlanti, avrebbe passato la notte dell’Epifania nella stalla, finendo letteralmente per morire di paura una volta saggiato che davvero gli aninali ne dicevano di forche da galera su come lui li aveva trattati nel corso dell’anno – è stato il folklorista Giovanni ‘Bacocco’ Bagnaresi, nelle sue Antiche orazioni popolari romagnole ristampate una ventina d’anni fa dall’Istituto Schürr.
Diverse registrazioni audio di “testimoni” del mondo contadino romagnolo, conservate negli archivi di Casa Foschi, riportano la credenza sulla notte prima di Pasquetta (il Lunedì dell’Angelo), durante la quale i buoi bisbigliano tra loro, dicendo appunto che il giorno dopo dovranno seppellire il padrone. Cosa che, a quanto pare, tendeva ad avverarsi…
Del resto, un proverbio tipico della Pasquella romagnola recita “J animél / j è cuntintone, / i dis ben de’ su padrone”, mettendo in guardia i fattori sul potere divinatorio degli animali (in particolare galli e buoi) e suggerendo loro di trattare le bestie con ogni premura.
A tirare le fila di tutte queste coincidenze e suggestioni ci ha pensato Umberto Foschi, che nei suoi Proverbi romagnoli (1980) riporta che, in Romagna, “la notte dell’Epifania parlavano gli animali. La leggenda deriva da un Vangelo apocrifo – scrive Foschi – nel quale si leggeva che il bue e l’asino del presepio avevano parlato per lodare Gesù bambino. In Romagna poi, forse per via di popolazioni provenienti dall’Oriente, per un certo tempo il Natale corrispose all’Epifania; ecco perché la leggenda fa parlare le bestie anziché la notte di Natale, in quella della Pasquetta».
L’antico legame tra Ravenna e Costantinopoli starebbe, insomma, alla base della singolare convegenza, nella nostra tradizione, di alcune festività del calendario cattolico con quello ortodosso, che appunto celebra il Natale il 7 gennaio. Il retroterra pre-cristiano di tutto ciò deriva dalle remote credenze contadine sul Dodekameron, ossia il periodo «magico» tra il 25 dicembre e il 6 gennaio durante il quale, complice il buio persistente, il mondo dei vivi e quello dei morti si confonderebbero prima della ripartenza del ciclo delle stagioni, in una dinamica simbolica del tutto simile a quella che abbiamo già visto dietro alle tradizioni di San Martino. Esito lampante di tutto questo sono i Pasqualotti questuanti, che nelle aree in cui ancora si celebra la Pasquella (per lo più il cervese e la collina forlivese) a volte fanno e’ dispet ai padroni di casa.
A proposito di Pasquetta, un detto abbastanza popolare è “La not dla Pacvèta e’ scor e’ ciù e la zveta”; anche in questo caso, chi ascolta il canto del gufo e della civetta dovrà stare guardingo. Nell’archivio sonoro di Casa Foschi, infatti, fra i tanti field recording immortalati da Giuseppe Bellosi negli anni ’70 e ’80 con «informatori» romagnoli (cioè persone considerate depositarie della cultura tradizionale), si rinvengono proverbi come quello riportato dalla signora Dina Matteucci, secondo la quale “Quand e cata la zveta dnez a ca’, cativa nova la dà”.
Va detto che la civetta, pur venerata nell’antica Grecia per la capacità di volare al buio, è ritenuta un animale presago di sventura per lo meno dal Medioevo, probabilmente perché la si sentiva cantare di notte durante le veglie funebri, occasioni rare per i contadini di un tempo di uscire di casa nelle ore piccole. E se la tradizione non è tenera con il rapace notturno, non lo è neanche la scienza, che annovera la civetta nell’ordine degli «Strigiformi», dal latino striges, che sta per «streghe», mentre la poesia romagnola si limita a spostare il riflettore dalla civetta all’Assiuolo (che le è parente stretto, ma se non altro è maschio, un po’ per uno…), il quale nell’arcinota poesia di Giovanni Pascoli non è proprio un portatore di sventura, ma simboleggia comunque solitudine e morte. Con tanto di vidimazione delle dispense scolastiche. Anche quelle del 2025.




