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sabato 18 Aprile, 2026

Perchè fare festa?

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Perchè fare festa?

L'editoriale del direttore di Confcooperative Ravenna Andrea Pazzi nel numero di maggio di In Piazza

Da molti anni (per dare più peso alla cosa potremmo dire: fin dal secolo scorso) maggio è il mese in cui si celebrano, a Bagnacavallo e Faenza, le Feste della Cooperazione. Festa, sì, ieri; ma, vista la situazione complessiva del momento, qualcuno potrebbe chiedersi il motivo di far festa oggi. La risposta, a mio parere, è semplice: sì! le imprese cooperative ed i cooperatori hanno buoni motivi, anche oggi, per far festa. Le cooperative producono in Italia il 9% del Pil e forniscono un lavoro ad oltre 1,2 milioni di persone, in prevalenza donne, e questo nel nostro territorio è un fatto ancor più consistente ed evidente. Partendo dall’agroalimentare, le cooperative in diversi settori sono un punto di riferimento per il mercato: concorrono a sviluppare produzioni ad alto valore aggiunto, a sostenerne, nella media, i prezzi nel mercato e, come sempre accade in questi casi, consentono spazi a diverse piccole altre imprese che altrimenti non sarebbero vitali e, forse, neppure presenti. Nei servizi alla persona mettono in campo una insostituibile risposta ai nuovi bisogni di welfare; offrono integrazione e lavoro a persone con svantaggi che nel tempo sono cresciuti oltre i ristretti confini delle persone diversamente abili. Promuovono cultura nelle arti con cooperative sorrette da molta passione ma spesso economicamente fragili che meriterebbero maggiore attenzione non solo dal cosiddetto “Pubblico”, ma anche dalle imprese che per mercati e loro natura scontano corsi più felici.
Per non parlare dei servizi per l’ambiente e delle nuove professioni. Il tutto con un modo di fare impresa differente, che per sua natura vive e si alimenta di rapporti umani, di relazioni con chi abita e vive sul territorio, con la gente che acquista i prodotti e usufruisce dei servizi. Troppo spesso, però, in questi ultimi tempi la cooperazione è balzata agli onori della cronaca nazionale per fatti, sì, gravi o molto gravi ma isolati, che sono stati poi strumento per una generalizzazione di stampo populista, che fa male alla stragrande maggioranza del movimento cooperativo che con quei fatti non è neppure lontano parente. E allora qual è un modo semplice e gioioso per distinguersi e far conoscere, per incontrare e dichiarare, per raccontare ed ascoltare, per uscire allo scoperto e confrontarsi a viso aperto se non quello della festa? Festa che i cooperatori hanno da sempre interpretato come evento da condividere con gli altri. Un momento dell’anno dove invitare persone nei luoghi dove si fa impresa cooperativa, dove organizzare eventi nei centri delle città, nei luoghi del vivere quotidiano, proponendo riflessioni di interesse generale per offrire qualcosa di utile alla comunità nella quale si opera. Festa per promuovere un modo di “fare impresa” che non si insegna purtroppo a scuola e che i giovani spesso non conoscono. Una attività non di spirito filantropico o buonista, quindi, ma un vero e proprio impegno che le imprese cooperative autentiche si ritrovano tra i sette principi a cui si richiamano, internazionalmente: l’impegno verso la collettività. Come dire: senza condivisione e partecipazione, non è vera cooperazione, e non è neppure vera festa.

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