Le cooperative sono parte dell’ossatura economica dell’Emilia Romagna dove si collocano tra le imprese meglio patrimonializzate e, spesso, anche con i volumi di fatturato più alto. Questo perché la cooperazione ha una vocazione storica sul territorio e ha dimostrato in più occasioni di essere un modello ben strutturato per resistere alle difficoltà e per restituire valore generando occupazione di qualità e stabilità economica. Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro di ricerca sull’economia sociale dell’Università di Bologna, prova a spiegare il perché.
Le crisi degli ultimi vent’anni – dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia – hanno messo in difficoltà molte imprese. I dati ci dicono che le cooperative hanno saputo reggere meglio gli urti, perché secondo lei?
“Se guardiamo agli ultimi 20 anni osserviamo due crisi principali, entrambe figlie di altrettante patologie. La prima è il fallimento di un modello economico: nel 2008 la crisi subprime e le bolle finanziarie. L’altra, il Covid, è stata definita una ‘sindemia’: quindi una pandemia, sì, ma collegata ad altre patologie di natura economica e sociale a loro volta figlie di disuguaglianze sociali. In questo contesto la cooperazione ha dimostrato di non essere un semplice antidoto ma un modello ‘diverso’ che risponde a istanze di benessere e agli interessi di una comunità. È un modello concorrente a un sistema economico insostenibile che catalizza ed estrae valore per pochi: anche in Italia negli ultimi 20 anni le persone al di sotto della soglia di povertà sono passate da 4 a 5,7 milioni di persone e questo nonostante il Pil sia cresciuto”.
Ha definito la cooperazione un antidoto, un modello diverso. In che modo agisce concretamente sulla società?
“Le cooperative, costruendo economia attraverso le relazioni, sono un antidoto alle disuguaglianze. Sono istituzioni ‘terze’: abbiamo l’economia pubblica, l’economia privata e poi c’è questo terzo pilastro, ovvero la società che crea valore. La cooperazione è il modo più evoluto che la società utilizza per creare valore. Ma attenzione: le cooperative sono nel mercato e per questo devono competere, ma lo fanno in modo diverso. Inoltre sono imprese che durano nel tempo a prescindere da chi le governa perché sono beni comuni: il patrimonio è dei soci, degli amministratori e dei lavoratori per un certo periodo, poi diventa di chi arriva dopo”.
La natura di bene comune cambia la prospettiva aziendale…
“Modifica in modo decisivo il modello di business trasformandolo in un modello di intergenerazionalità. Il valore non viene solo generato ma consegnato alle generazioni future. È come in un’arena sportiva, in una staffetta. Le cooperative sono imprese pensate per sfidare il tempo: l’asset e la produzione sono consegnati a generazioni che, quando l’attività viene gestita, ancora non ci sono. Questo passaggio fisiologico porta la cooperazione a essere longeva, un fattore che ha a che fare con biodiversità e innovazione”.
Qual è l’impatto di questa “biodiversità” su territorio e comunità?
“La cooperazione non produce benefici solo per chi è nella cooperativa, ma genera effetti coesivi in tutto il territorio. Quanto più un territorio è popolato da istituzioni cooperative, tanto più rifletterà minor disuguaglianza e maggior partecipazione. L’economia sociale prodotta dalla cooperazione non si ferma allo scambio mutualistico, genera valore per l’economia tutta. Questo rende l’Emilia Romagna, una regione con un’importante economia cooperativa, un vero e proprio modello di competitività. Un modello che va difeso anche oggi: non celebrando il passato, ma innovando e aprendosi”.
Il Piano nazionale per l’economia sociale in via di definizione presso il Mef, così come sollecitato dall’Europa, ha l’obiettivo di mettere a sistema cooperative, imprese sociali, enti del Terzo settore e fondazioni come un unico ecosistema produttivo. Quali opportunità si apriranno per le cooperative?
“Il Piano è uno strumento utile e necessario. Perché le istituzioni supportate, tra cui le cooperative, sono istituzioni diverse e operano in contesti alternativi, trasversali all’attuale modello economico. Distribuiscono valore, non lo estraggono. Per queste realtà non significa solo essere riconosciuti e promossi ma avere la possibilità di creare nuovi orizzonti economici. È in questa fase che la cooperazione sarà chiamata a costruire alleanze, filiere, co-investimenti co-innovazione con altri soggetti che condividono le sue stesse finalità. Il Piano non può essere solo sull’economia sociale ma per l’economia sociale”.




