Gestire l’acqua in un’agricoltura di lontani paralleli, ma vicina alle radici della cooperazione bagnacavallese. Due capi di un filo che, nonostante la grande distanza fra i due luoghi, rimane teso. Lungo questo filo, a riprova che le distanze oggi sono teoria, una particella d’Africa ha rotto il clima invernale, e suscitato alcune riflessioni di più ampio respiro, la sera del 27 dicembre scorso nella sala convegni di Casa Conti Guidi, il Centro di cultura rurale ed enogastronomica di Bagnacavallo.
Un racconto per immagini e voci di due volontari, Maura Menni e Giancarlo Ballardini, ha portato a Bagnacavallo il risultato di un progetto agricolo portato avanti sotto l’egida del Comitato d’Amicizia di Faenza: portare l’irrigazione per orti in ogni villaggio del Burkina Faso, dopo un primo percorso di sperimentazione.
E’ dal 1972 che il Comitato d’Amicizia, coordinato da Raffaele Gaddoni, opera in vari Paesi poveri di tecnologia, per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali.
Ma, perché il filo con la cooperazione? Sin dalle prime mosse l’opera di far crescere l’agricoltura in quei luoghi poveri, e quindi la possibilità di produrre cibo, ha visto la presenza di Alberto Longanesi, cooperatore bagnacavallese esperto di macchine agricole, che ha trasferito sui campi delle popolazioni in difficoltà di quei Paesi la propria esperienza accumulata in Romagna. L’esperienza del Burkina Faso, tuttora in corso attraverso interventi periodici programmati dei volontari di Faenza e Bagnacavallo, punta in particolare sull’organizzazione di un sistema di irrigazione (come ha riferito Roberto Gallegati, altro volontario con diversi punti all’attivo) che consenta di sfruttare la non comune ricchezza d’acqua del luogo, purtroppo non utilizzata con profitto dai gruppi locali per una serie di motivi che vanno dalle abitudini radicate difficili da scardinare alla difficoltà di approvvigionamento delle attrezzature necessarie.
Il progetto illustrato da Maura Memmi e Giancarlo Ballardini, che hanno partecipato a una delle ultime spedizioni di volontariato, autofinanziandosi, ha puntato come “pilota” su alcune strutture religiose cattoliche per la maggior facilità di contatto diretto (attraverso la Caritas) e soprattutto perché tali strutture rivestono un ruolo di riferimento importante per le popolazioni locali.
La creazione di un orto, attività banale, da dopolavoro, per tanti nostri conterranei, è invece un’importante fonte di alimentazione, per gruppi di persone che vivono in Paesi nei quali la sopravvivenza è un’attività quotidiana. Da qui l’iniziativa di allestire reti di irrigazione a goccia, in modo da ottimizzare la disponibilità d’acqua e, di conseguenza, massimizzare le semine stagionali e la produzione di derrate alimentari. Dal “pilota” si vuole passare alla creazione di una serie di orti, quantomeno presso le strutture religiose dei paesi limitrofi a quelli già oggetto di intervento, perché i nuclei umani interessati possano anche intraprendere un minimo di commercio interno oltre alla coltivazione per il puro sostentamento.
Un processo che, in un certo senso e in altre forme, ha avuto una storia anche sulle nostre terre, ai tempi della terziaria agricola, e quindi vicino allo spirito della cooperazione pionieristica del secolo scorso. Un processo di assimilazione delle tecniche, e di emancipazione, che necessita di continuità come del resto è avvenuto da noi nel secolo, tornando al concetto precedentemente esposto. E questo sarà l’impegno dei volontari lanciato nel futuro, con la necessaria accortezza di non portare parallelamente in quei Paesi gli aspetti criticabile della nostra società consumistica poco rispettosa dell’ambiente (in evidenza il problema dei rifiuti che si sta creando in quei Paesi).
La serata, aperta da Raffaele Gordini, presidente provinciale di Confcooperative, ha sollevato alcune riflessioni che dall’esempio di un Paese povero si riverberano anche sul nostro mondo, lontano anni luce come ricchezza ma che, per una serie di vicende sociali oggi quotidianamente sotto l’occhio dei media, mostra di avere bisogno di fare sistema al pari, con le ovvie proporzioni del Paese meno progredito. Riflessioni alle quali si è associato Mons. Luigi Guerrini, arciprete di Bagnacavallo, in chiusura di serata.
L’aiuto attraverso il volontariato è un grande dono per i Paesi in difficoltà, ma nel rispetto del loro sentire e delle loro culture. Un messaggio che i volontari romagnoli, nati nella cooperazione, stanno dimostrando di saper trasportare in quei Paesi lontani.
Giulio Donati
Nella foto, al centro, Alberto Longanesi, cooperatore bagnacavallese esperto di agricoltura e macchine agricole




