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sabato 18 Aprile, 2026

Annamaria Anelli: la cura delle parole

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Annamaria Anelli: la cura delle parole

Pubblichiamo l’editoriale a firma della business writer uscito sull’ultimo numero cartaceo di In Piazza in cui si parla di linguaggio e di persone

“Avere cura è togliere per quanto possibile il peso della sofferenza, alleggerire l’altro del gravame di pensieri e di emozioni troppo pesante da sostenere da soli e insieme cercare un ritmo buono per camminare nel tempo.” Questo pensiero si trova nel libro “Filosofia della cura” di Luigina Mortari, filosofa e docente universitaria.

Mortari scrive che avere cura è prendersi a cuore, preoccuparsi, avere premura, e questo senso di premura è fondamentale per la nostra comunicazione quotidiana, sul lavoro e nella vita personale. Quando scriviamo e parliamo, facciamo accedere qualcosa a un livello che va al di là dei contenuti: entriamo nella sfera del cosa vogliamo che l’altra persona percepisca, come vogliamo che si senta. Cercare un ritmo buono da condividere con gli altri significa imparare parole che prima magari non usavamo, ma anche smettere di usarne alcune, diventando consapevoli di quale pensiero nascondano.

Analizziamo alcune situazioni:

  • Perché se un padre porta il figlio o la figlia a giocare al parco o va a una riunione scolastica è un padre presente e degno di nota, ma se queste attività le svolge una madre nessuno se ne accorge perché beh, fa semplicemente la mamma?
  • Perché se vediamo un papà col carrello stracolmo e un bambino in braccio gli facciamo i complimenti perché sta aiutando, dando per scontato che quello sia il compito naturale di una madre?
  • Perché se un uomo è deciso e pretende risultati senza troppi fronzoli, gli riconosciamo l’assertività tipica del conductor, ma se fa la stessa cosa una donna la giudichiamo autoritaria, anche un po’ prepotente?
  • Perché se a un uomo viene assegnato un ruolo impegnativo, di leadership, pensiamo che saprà farsi valere, ma se lo stesso ruolo viene affidato a una donna ci e le chiediamo immediatamente se saprà conciliare vita familiare e impegni lavorativi?

La risposta a ognuno di questi perché è una sola e si chiama doppio standard.

Il doppio standard è quando applichiamo criteri di valutazione diversi a persone che si trovano nella stessa situazione e hanno le stesse caratteristiche ma si differenziano per il loro genere.

Mettiamo cioè in atto schemi di pensiero, pregiudizi e modelli di condotta legati al genere di appartenenza che, essendo pervasivi, impattano su tutti gli aspetti della vita quotidiana, dal lavoro fino alla salute. Stabiliscono quali sono i lavori da uomini e da donne, quali sono le qualità femminili e quali quelle maschili, prescrivono i comportamenti “giusti” e quelli “sbagliati”.

Guardate che non siamo brutte persone se ci sembra normale fare questi commenti o avere questi pensieri. È difficile diventare consapevoli che certe frasi nascondono una visione di società improntata sulla separazione dei ruoli e sul confinamento della donna nei ruoli di cura. È difficile e non è gratis, perché ci richiede di mettere da parte ciò che ci hanno insegnato e che davamo per scontato: e nessuno corre felice e rilassato incontro ai cambiamenti!

È difficile, ma è fondamentale, se vogliamo che la nostra società diventi più equa e resista a questo vento retrogrado che sta chiudendo porte e finestre. È fondamentale, se vogliamo riaprire e rivedere le stelle.

Annamaria Anelli, business writer e autrice della guida “Scrivere sostenibile”

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